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Nemmeno la tomba di Guido Ceroni è un libro bello e importante. Bello perché, attraverso una forma che si colloca tra romanzo e memoria, sa raccontare e avvincere. Importante perché ci restituisce non solo la storia di qualcuno, ma la storia di tanti. Tanti uomini e donne che, nelle basse campagne a nord di Ravenna in cui il libro è ambientato, seppero cavarsi fuori da condizioni di marginalità e miseria con fatica, con un impegno in cui orgoglio, cocciutaggine, intelligenza si mescolavano ad una accesa passione politica – “una storia rossa”, appunto –, fino ad approdare a una società più moderna e florida. Un percorso passato attraverso la guerra partigiana, le speranze, le disillusioni, le difficoltà, i pericoli che vi fecero seguito.
Si chiede la voce narrante di un protagonista, commentando il premio attribuito nel 1980 a Ravenna per una partecipazione alle prime elezioni per il parlamento europeo più alta che in ogni altra parte del continente: «Ma come abbiamo fatto, mi dico, a superare questo lungo incubo? Come è stato possibile tutto questo? Com’è possibile che a una terra che fu così selvaggia abbiano dato il premio del civismo? Com’è accaduto che dalla rabbia e dal sangue sia venuta fuori questa cosa?».
Questo libro è anche e soprattutto la storia di quel lungo percorso, la risposta a quei «come è stato possibile?». Ma è anche l’amara riflessione richiamata già nel titolo. Di tanta fatica e di tali valori, del segno lasciato da molti uomini e donne rischia, nella generale «perdita di memoria» e di certezze di oggi, di non rimanere nulla, «nemmeno la tomba».