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Il libro ricostruisce la geografia dei poteri signorili e territoriali nella Romagna settentrionale a partire dalla seconda metà del X secolo. L’analisi di fonti documentarie in larga parte inedite e l’incrocio tra i dati ricavati da atti notarili, fonti narrative e indagini archeologiche confermano come il fenomeno della concentrazione dei poteri castrensi ed agrari nelle mani di pochi domini loci sia avvenuto anche in Romagna negli stessi decenni in cui si verificò altrove e con le medesime caratteristiche di molte altre regioni dell’Italia centro-settentrionale. Viene così ulteriormente smentita la vulgata in base alla quale castelli e signorie rurali, in Romagna, si sarebbero sviluppati in maniera meno significativa e con notevole ritardo rispetto al resto dell’Italia padana.
L’indagine si concentra, in particolare, sui soggetti politici detentori di castelli e di funzioni pubbliche nella Romagna nord-occidentale, la cosiddetta Romandiola o Romagnola. Vengono prese in esame le signorie degli arcivescovi di Ravenna e quelle rurali dei conti di Imola, Donigallia, Cunio e Bagnacavallo, famiglie di domini loci insigniti di un titolo comitale, in significativa continuità dinastica, patrimoniale e politica con il gruppo parentale altomedievale dei Guidi.
Il libro esamina infine i rapporti tra queste signorie rurali, la Casa di Svevia (che agiva in Romagna mediante la figura di un conte dotato di larghi poteri giuridico-istituzioni) e il movimento comunale. In conclusione, il saggio mette sulla scena una pluralità di forze, protagoniste di una complessa dinamica politica, economica e sociale.