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Ambientato nella Ravenna millenaria le cui ombre e strade e andirivieni ben si dispongono a raccogliere questa storia di un neo-gotico di assoluta modernità, La febbre dell’io si dipana in una trama vibrante e complessa. Il racconto, che vive di una particolare ricchezza dei personaggi, ruota intorno alla fi gura equivoca del protagonista centrale, Augusto Bollani, l’ossesso per eccellenza, un pittore dal fascino autodistruttivo e dalla sessualità complicata. Lo ottenebra un potente sentimento di morte, del quale via via diventano vittime i comprimari del romanzo, essi stessi resi a tutto tondo nei legami multiformi che li avvincono in una tragedia di amore, morte e arte. Si aggiunga la qualità dello stile: Giulia Bocchio conosce a meraviglia i segreti di un linguaggio consapevole, di classiche eleganze, e se da un lato se ne serve per ammaliare dall’altra, tra lentezze psicologiche e alacre rapidità rappresentativa, mette in scena sul grande palco del gotico l’abisso esistenziale di anime guaste e corrotte, nelle quali gli intenti fi niscono per essere commoventi e disturbanti, lirici e lascivi… e al lettore non resta che una domanda: «Tu, come vorresti essere ricordato?». Epilogo e sipario calano così, inesorabilmente, con la stessa forza [rc].