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Il fenomeno delle condotte e delle compagnie di ventura incise profondamente sulle vicende politiche, sociali, economiche del secondo medioevo e della prima età moderna. In realtà le radici del mondo dei condottieri si svilupparono già nell’alto medioevo e la sua evoluzione si estese fino alle soglie dell’età dei lumi. La storiografia si è trovata spesso divisa sulla valutazione di questo fenomeno, partendo dalle riflessioni decisamente negative di personalità dell’epoca come il Machiavelli o il Guicciardini, dalle fascinose per quanto dettagliate ricostruzioni biografiche della prima metà di un Ottocento romantico e risorgimentale, fino all’interpretazione strumentale operata con gli accenti propri della retorica di regime nel periodo fascista. In questi ultimi decenni studiosi come Larner, Mallet o Cardini hanno suggerito una lettura più asciutta e realistica del ruolo che i venturieri ricoprirono nella storia della nostra penisola.
La Romagna fu una fucina di condottieri, (basti pensare ad Uguccione della Faggiuola, ad Alberico da Barbiano, a Giovanni Ordelaffi, il più grande spadaccino italiano del Trecento, e ai due fratellli terribili Carlo e Pandolfo Malatesta, per limitarsi al periodo preso in esame in questo primo volume, cioè i secoli XIII e XIV) e di mercenari come i temuti e ricercati “brisighelli”, ma fu anche teatro del passaggio e delle imprese di quasi tutte le grandi compagnie che percorsero l’Italia.
Queste pagine vogliono delineare i ritratti dei romagnoli che al mestiere delle armi dedicarono tutta la loro vita, nel bene e nel male, senza cedere alle lusinghe delle corti o al gusto del potere.