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Come annota Giuseppe Bellosi nella sua colta e acuta introduzione al libro, questa raccolta dei mesi merita il richiamo a molti capolavori della letteratura europea, proponendosi come un gioiello della giovane poesia italiana e romagnola. In questo “poemetto in dodici strofe” – che si aggiunge ai pochi meditatissimi testi finora pubblicati (i ventitré di Al carvaj, 2012) – «Laura Turci dimostra di essere, tra i poeti dell’ultima generazione in grado di esprimersi in dialetto, una delle voci più potenti e sincere» [Giuseppe Bellosi].
Dal canto suo, Roberto Mercadini nota che nella poesia di Laura «nessuna parola è superflua o fuori posto ed anzi ognuna appare scolpita nella pietra». Nei suoi testi non c’è segno di un dialetto nato dalla nostalgia, dalla celebrazione del buon tempo andato. E allo stesso modo non vi è traccia del ricorso al comico: Laura scrive in dialetto per urgenza di autenticità, per il bisogno di esprimersi in «una scrittura tesa, tersa, ardente… intima e totemica insieme».