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Già nella prefazione del volume Tra i mi cudal (1999) Dino Pieri, con l’acutezza e la precisione che gli erano proprie, aveva identificato nel travaglio della gente delle nostre colline il trauma per la fine di un mondo. Ovvero, il tema fondamentale di tutta la poesia di Antonio Gasperini, in una visione del mondo che sollecitava Andrea Brigliadori, a richiamarsi a Pavese, Leopardi, Pascoli per identificare la solitudine dell’uomo sradicato, costretto a vivere in un mondo che non è più il suo, che più non riconosce. In questi orizzonti, Gasperini si rivela autore di sicuro talento, per la capacità di evocare un sentimento elegiaco e sacrale del vivere, tuttavia nella consapevolezza che la sacralità del mondo è tale ormai solo per lui, e per quelli come lui che sono ancora in grado di vedere la natura. Con questo potente fondo di consapevolezze e di esperienze Gasperini si propone come una delle testimonianze più alte della poesia dei nostri giorni, in un canto che sa passare dall’elegia al racconto, dalle evocazioni del dramma del vivere al alla celebrazione del lavoro umano e della natue fraterna. E tuttavia non manca l’abbandono alla commedia e al sorriso, come Sal pèdghi dla memória documenta nella sua parte finale, senza che la farsa banalizzi l’impegno di un poeta autentico [dalla presentazione di Paolo Turroni].